Torre_di_Galata

Caro Direttore,

sebbene non sia ancora noto il suo nome e nonostante la sua nomina all’Istituto Italiano di Cultura di Istanbul debba essere ancora vagliata e ancor meno ufficializzata, le voglio augurare sin da ora buon lavoro perché quello che si appresterà a gestire sarà una situazione non di certo facile per molteplici aspetti, alcuni dei quali sono stati ben esposti dalla senatrice Mussini nell’interrogazione al Ministro Gentiloni, proprio in relazione alle modalità della sua nomina.

Lei si troverà a gestire l’Istituto Italiano di Cultura in un paese che, sebbene conti poco meno di 4.000 Italiani residenti (dati InfoAire 2012), è il sesto partner commerciale per l’Italia, in cui sono attive oltre 1.000 imprese italiane e in cui l’italiano è già oggi tra le prime tre lingue straniere scelte dalla popolazione locale. Si troverà ad operare in un paese in cui il brand Italia, da un punto di vista dell’arte, del design e della gastronomia si vende facilmente, tanto che l’Italian sounding è oltremisura diffuso, anche laddove i prodotti sono tipicamente locali; ma, appunto, si tratta solo di brand e spesso legato all’immagine “storica” del nostro paese, alle eccellenze che il nostro paese ha espresso nel passato. L’opinione cambia sostanzialmente quando la Turchia guarda all’Italia di oggi, un paese visto fermo, disorganizzato, non più in grado di esprimere quelle eccellenze che lo hanno reso popolare sino ad oggi. Opinioni, queste, talvolta legittime, altre volte meno ma pur sempre opinioni e contribuiscono a ridurre il potenziale di sviluppo per le relazioni Italia-Turchia.

Il suo compito, quindi, sarà quello di attualizzare il brand Italia che non dovrà più essere esclusivamente legato a Verdi, Donzinetti, Fellini, Visconti o ai nomi odierni più popolari quali Pavarotti, Muti, Sorrentino o Muccino. Certo le forme d’arte sono importanti, esprimono il risultato di una evoluzione storica del nostro paese, incorporano la nostra cultura millenaria. Il Turco, però, è una persona oltremodo pragmatica e sebbene apprezzi (e molto) le nostre eccellenze artistiche, alla fine il valore economico lo porterà laddove potrà fare business e dove l’Italian Sounding gli tornerà utile per poter guadagnare. Pensi, solo a titolo d’esempio, all’acquisizione del marchio Pernigotti da parte della famiglia Toksoz.

Mi dirà che queste sono questioni economiche in carico all’ICE e dal punto di vista operativo ha ragione. Tuttavia, la nostra Cultura, ciò che ha reso l’Italia fonte di ispirazione per tutto il mondo, non nasce proprio dall’economia e dall’artigianato ? Pensi alle botteghe rinascimentali, una per tutte quella di Michelangelo. Michelangelo, e come lui tutti i più grandi artisti, erano artigiani e commercianti innanzitutto e, proprio Michelangelo, non ha mai fatto mistero di essere legato all’arte proprio in virtù del poter utilizzare le proprie capacità per guadagnarsi da vivere.

L’Italia, ancora oggi, è ricca di piccole realtà che portano avanti questa tradizione e questa cultura di eccellenza, in tutti i settori. Ho avuto modo io stesso di incontrarne e conoscerne alcune, proprio qui. Il suo compito, quindi, dovrebbe essere quello di far conoscere l’Italia oltre le eccellenze che già si “vendono” facilmente, come quelle nelle arti. In questo sono sicuro potrà trovare un valido supporto da parte dell’ICE.

Non solo. l’Italia, seppur in un periodo di grandissima difficoltà, è un laboratorio di sperimentazione sociale e democratico unico al mondo. Pensi, sempre a mero titolo di esempio, alle iniziative di partecipazione legislativa che sono state fatte con il progetto “La buona scuola” o con “Partecipa”, anche essi risultato di una tradizione della scuola politica italiana del secondo dopo guerra. Come ha ricordato la senatrice Mussini, l’Istituto Italiano di Cultura potrebbe rappresentare il luogo dove poter aprire un dialogo su queste pratiche, anche in funzione di sostenere la candidatura della Turchia all’Unione Europea che, proprio in virtù delle relazioni economiche, è importante per l’Italia. Chi meglio di un Istituto Italiano di Cultura può farsi veicolo di queste eccellenze?

La stessa comunità Italiana in Turchia, in qualche modo, si fa portatrice di questi valori. E’ sufficiente guardare, ad esempio, ai gruppi Facebook dedicati agli Italiani in Turchia e alle relazioni tra i nostri paesi: sono il punto di incontro vero, concreto, tra Turchia e Italia, dove nascono opportunità, collaborazioni e dove si diffonde la cultura, quella sociale, del nostro paese. Non solo, pensi a tutte le iniziative promosse sul territorio da Italiani in tema sociale e culturale, profit e non profit, e di come queste realtà siano frequentate anche da Turchi. L’elenco è ampio, lo spazio non è molto e non sarebbe corretto citarne solo alcune.

Tutto questo per dire che, oltre ai canali istituzionali, lei potrà contare sulla presenza consolidata di realtà che non aspettano altro di poter essere valorizzate. Il fatto che la comunità Italiana non sia numerosa come quella di Parigi, Londra e Berlino, potrebbe essere un vantaggio per l’Istituto Italiano di Cultura. Infatti potrebbe riuscire a creare quella rete di competenze che la grandezza della comunità in altri paesi renderebbe più complicato.

Questo però richiede che l’Istituto Italiano diventi una struttura aperta e partecipativa, in grado di dare spazio a chi, e non sono pochi, vuole mettersi a disposizione per dare vita a iniziative. Apertura che purtroppo non è stata mai percepita dalla nostra comunità, come è emerso in un incontro a Istanbul tenutosi ormai nel 2014 e come emerge tutte le volte che mi confronto con connazionali residenti in Turchia.

Le chiedo scusa della lunghezza di questa lettera e spero che possa esserle di spunto per organizzare il suo lavoro.

Cordiali Saluti

Simone Favaro

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