La Turchia suscita begli Italiani un sentimento contrastante, un catulliano odi et amo, dettato dagli strani rapporti di amicizia e inimicizia che hanno legato i due paesi nel corso dei secoli. Qualche giorno fa, abbiamo ricevuto questa piccola testimonianza attraverso il nostro form di contatto e, con l’autorizzazione del suo autore, abbiamo deciso di condividerla con voi perché, oltre le riflessioni personali, contiene un breve excursus storico di questo rapporto edipico tra i due paesi.

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Riflessioni Turchia, un immenso coro di monaci

La caduta di Costantinopoli, dipinto del Tintoretto (al secolo Jacopo Robusti; 1518-1594). 1580 circa. Venezia, Palazzo Ducale, Sala del Maggior Consiglio.
La caduta di Costantinopoli, dipinto del Tintoretto (al secolo Jacopo Robusti; 1518-1594). 1580 circa. Venezia, Palazzo Ducale, Sala del Maggior Consiglio.

Che emozione entrare in Aya Sofya, la grande basilica cristiana, la più estesa dell’antichità, trasformata in moschea dopo la presa di Costantinopoli. Oggi, è un museo, ornato, ad ogni angolo, da giganteschi dischi neri con simboli musulmani. Questa chiesa è una sorta di reattivo culturale per chi la visita. C’è chi vi vede un semplice avvicendamento di culture, normale nella storia, e chi, agghiacciato, vi sottolinea, invece, la violenta sopraffazione dei turchi vincitori sulla civiltà cristiana precedente.

Ricordo, del resto, quei monelli, infiltratisi nella basilica, che ridacchiavano provocatoriamente di fronte alle icone cristiane. E’ impossibile negarlo. Un cristiano qui si sente espropriato. Rivive, nella mente, la tragedia di quel 29 maggio 1453, quando i turchi selgiudichi di Maometto II riuscirono a scavalcare le lunghissime mura di cinta di Costantinopoli, mentre l’ultimo imperatore cristiano-romano, Costantino XI, si lanciava disperatamente nella mischia, trovandovi la morte.

Racconta una leggenda che, quella sera, un monaco mentre celebrava messa nella basilica dedicata alla Sapienza divina, Gesù (Aya Sofya, appunto) quando vide la navata invasa dai soldati islamici, interruppe la celebrazione e scomparve misteriosamente dietro l’abside. Narra sempre la leggenda che quel monaco continuerà la messa quando Istanbul tornerà cristiana.

Mah … Visito, in Cappadocia, il cuore della Turchia, i monasteri scavati nella pietra calcarea nella valle di Hilara, a Salime e Goreme. Contemplo le rocce vulcaniche a forma di funghi e di coni, trasformati in alveari sacri dai monaci. Dentro quelle grotte sono vissuti, per secoli, migliaia di religiosi cristiani lodando Dio ed illuminando le notti, in modo fantasmagorico, con i lumi posti sulla porta dei bianchi abitacoli. Un immenso coro di oranti e di martiri. Quando osservo gli affreschi rupestri, contenuti a centinaia in quegli ambienti, mi si stringe il cuore di fronte ai volti di Cristi e Madonne sfregiati. Vi sono anche città sotterranee ad otto piani, sempre scavate nel tufo, dove si sono rifugiate le popolazioni, soprattutto cristiane, per sfuggire agli invasori (cosa che la guida non dice). Ironia della storia. Proprio a loro, a quei turchi che, stando a ciò che si racconta, appena quaranta anni fa hanno cacciato a sassate gli ultimi monaci greci, tocca ora gestire quell’immenso patrimonio artistico, lucrandone grandi vantaggi economici. Incontro, da queste parti, due laici consacrati venuti dal Trentino. Mi parlano della persecuzione anticristiana attuata da fanatici con la complicità del governo. Un vescovo ucciso, cristiani schedati, islamici convertiti al Cristianesimo torturati … Benché la popolazione li ami, anche loro sono in costante pericolo. Sono venuti qui, mi dicono, per pagare un debito di riconoscenza. Quello di tre cristiani, giunti proprio dalla Cappadocia, nel trecento dopo Cristo, in una Val di Non ancora popolata da pagani, e lì martirizzati. Anche questa è ironia della storia.

Luciano Verdone Docente di Filosofia – Teramo

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