Diletta Sani ci accompagna alla scoperta del Matrimonio Turco, tra similitudini e differenze con le abitudini viste dall’occhio dell’Italiano in Turchia

Matrimonio Turco
Photo source: http://sekipaltunkan.blogspot.com.tr/

Ieri ho avuto l’occasione di partecipare a l’ennesimo matrimonio turco, e così non ho potuto far a meno di notare le tante differenze culturali e di tradizione, con il nostro modo “italiano” di sposarci.

Intanto, per cominciare, i turchi si sposano continuamente. Ormai si separano anche continuamente, ma questo, al contrario di quello che accade nel bel paese, non sembra scalfire la loro fiducia nell’istituzione matrimoniale.

Le cerimonie si organizzano in base al proprio budget, andando dall’ultra chic sullo yacht nel porto di Çeşme, alla tavolata di gruppo con davanti solo birra e noccioline (mi è veramente capitato!).
Nessuno si aspetta niente di più o di diverso da quello che c’è. Nessuno giudica. Nessuno sparla. Nessuno rimane deluso.

Il punto focale di tutta la cerimonia non è lo scambio delle promesse, momento che sicuramente cattura l’attenzione degli ospiti, ma che dura si e no 10 minuti, quanto piuttosto il dopo. Non è neppure la cena, che anche nei casi più chic si limita di solito a due portate, un antipasto misto e un secondo, pollo, patatine, riso. Non è neanche il taglio della torta, che non manca mai, ma non vi aspettate niente di grandioso…

Il motivo per cui si partecipa ad un matrimonio ” turco” è il ballare.

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La musica, di solito pop turca, per noi italiani abbastanza inascoltabile, la fa da padrona. Si balla. Si balla continuamente. Si balla anche e soprattutto tra una portata e l’altra. Anzi la cena serve proprio come intervallo tra un ballo e l’altro. Tutti ballano. Giovani, anziani, bambini. Si balla in coppia, in gruppo o anche da soli. Si batte le mani o si schiocca le dita, muovendo i fianchi a tempo di musica.

E ci si diverte, davvero.

In turco non si dice ballare, ma “giocare”(oynamak), e la sensazione che si ha è proprio quella di un un gioco comune, condiviso.

… E per la prima volta mi sono lasciata andare e finalmente ho “giocato” anch’io!

(Diletta Sani)

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